Il macchinista ferroviario Cesare Pozzo (1853-1898), lo storico presidente a cui la Mutua è intitolata, fece anche il pubblicista.

Cesare Pozzo, Il macchinista ferroviario in L'emporio pittoresco (n. 1005, 1883)

Dopo una prima esperienza in un foglio genovese - L’Eco dell’operaio. Periodico patrocinatore dei lavoratori - che lui stesso aveva contribuito a fondare, pubblicò nel 1883 sul periodico L’Emporio pittoresco un bozzetto dalle ambizioni letterarie sulla vita del macchinista. Con ogni probabilità grazie al giornalista Carlo Romussi, promotore della fondazione della Mutua e suo presidente onorario.

Sempre nel 1883, nella nuova sede lavorativa di Udine, iniziò a collaborare con varie testate locali: Friulano radicale, Il Popolo, ma soprattutto Il Friuli. Scrisse di questioni ferroviarie, ma anche di Dante, Garibaldi e Mazzini, di concerti e di teatro.

Trasferito a Cremona nel 1885, proprio per un articolo in cui criticava il presidente del consiglio Depretis, proseguì, questa volta sotto pseudonimo, la collaborazione con Il Friuli, pubblicando alcune corrispondenze sui moti contadini nelle province di Mantova e Cremona che percorreva conducendo i treni.
Negli anni seguenti continuò a scrivere articoli, pamphlet, opuscoli, relazioni e studi. I temi trattati furono soprattutto le condizioni di lavoro e le rivendicazioni dei macchinisti e di tutti i ferrovieri, nonché la loro organizzazione sindacale e politica.

Una produzione smisurata, considerando il duro mestiere con turni che arrivavano anche a 14 ore giornaliere e le attività che lo impegnavano per la Mutua e per le altre organizzazioni di ferrovieri (assemblee, riunioni, ecc.). Restando alle testate giornalistiche che ospitarono la sua firma, si possono citare L’89, Libertas, Lega Ferrovieri Italiani, Lotta di classe.

Cesare Pozzo non era un letterato, aveva anzi abbandonato la scuola e svolto vari lavori prima dell'assunzione in ferrovia. Ripresi però autonomamente gli studi, non smise mai di approfondire le tematiche sociali a cui dedicò la vita.

Così l’amico e dirigente sindacale Attilio Riboldazzi nella prefazione al libro postumo Vent’anni di vita ferroviaria: “Con un’applicazione indefessa, risparmiando tempo sulle ore di riposo, ricuperò ben tosto il tempo perduto nella caccia ai nidi e nelle scorribande sfrenate su per la montagna. La sua cultura non era superlativamente estesa ed appariva frutto di studi non del tutto completi; ma quanti tronfi avanzi dell’università, quanti pettoruti laureati, a questo mondo, avrebbero potuto invidiarlo!”